Un racconto breve che ho scritto lo scorso 25 marzo, pensando a tutti quei gesti che hanno sempre fatto parte della nostra quotidianità.
È il diciassettesimo giorno di questa vacanza forzata. Mi alzo dal letto e metto una crocetta sul calendario, un rito che sa di conto alla rovescia per tornare alla libertà. Mi sto affezionando ai miei pigiamini lilla con gli orsetti, nell’armadio ne ho recuperato anche alcuni vintage, mi piace l’idea di averne una vasta scelta e indossarli come se fossero tailleur.
La televisione mi fa compagnia tutto il giorno e dopo aver fatto indigestione di commedie romantiche, documentari e notiziari, credo di aver imparato a memoria anche le norme per scongiurare il contagio. Evita le strette di mano, evita i luoghi affollati, evita baci e abbracci, mantieni la distanza di almeno un metro e via dicendo. Stamattina non ho nemmeno aperto la finestra, le strade vuote e il silenzio mi mettono tristezza, la luce soffusa della lampada di sale mi scalda e mi culla, mi addormento.
La mia mente fa un viaggio e immagina le pubblicità senza strette di mano, senza abbracci e tavole imbandite, i film romantici senza le feste affollate ed eleganti dove inevitabilmente scatta la scintilla che fa innamorare. Senza questi gesti mi sembra che si sia persa l’umanità, una tavola apparecchiata non ha alcun senso senza persone che brindano, non esiste una festa senza strette di mano e abbracci. Una valanga di scene surreali invade il mio sonno e mi sento immersa in uno di quei romanzi distopici che evito di leggere perché mi rendono ansiosa.
Mi sveglio di soprassalto, con il cuore in gola. Sono ancora sul divano, la finestra è chiusa e la luce è flebile. Riaccendo la Tv e mi consolo guardando pubblicità e commedie, lì è ancora possibile abbracciarsi.